I racconti di Karin è una microrivista artistico - letteraria dove possono trovare spazio quegli artisti, scrittori, vignettisti, poeti, che hanno qualcosa da dire, da mostrare, che desiderano trovare un piccolo angolo dove dare luce alle loro opere.

Questo è il blog della rivista perciò i lettori e gli artisti che ci seguono qui potranno parlarsi direttamente, dare opinioni e magari anche qualche consiglio...

I racconti di Karin ISSN 2035-7079



27 gen 2009

Racconto per il giorno della memoria

Oggi è la ricorrenza del "Giorno della memoria".
E' per questo motivo che intendo celebrarlo con un mio racconto dedicato al fratello di mia nonna, Ferruccio, che durante la seconda guerra mondiale è riuscito a scappare da un campo di concentramento. Suo padre (mio bisnonno), Fioravante invece non tornerà mai più a casa...


La Fuga
racconto di Stefano Pelloni
Dedicato a Ferruccio Mattioli

Erano ormai due giorni che mi dirigevo verso il sud.
I piedi erano irrimediabilmente piagati, e i crampi dovuti alla fame stavano diventando insopportabili, ma questo a confronto di ciò che avevo passato era il paradiso.
Non sto scherzando, io ero un fuggiasco, ero riuscito a scappare da un campo di concentramento. Non c’è posto più abominevole, più allucinante e terribile.
Qui la bestia umana è riuscita a dare il meglio di se stessa, ha toccato il minimo livello che un essere umano possa mai immaginare.
Io ero comunque uno dei fortunati; non ero ebreo, o comunista, ero solamente un soldato italiano caduto in prigionia a causa dell’armistizio dell’8 settembre.
Se stavo al mio posto e facevo ciò che mi dicevano non rischiavo la vita, non sempre comunque.
Ma un giorno vidi che nel reticolato si era aperto un piccolo varco.
Io ormai non ce la facevo più, ero ammalato e il mio fisico era ogni giorno più sfiancato. Se avessi passato altri mesi dentro a quel luogo avrei presto fatto compagnia a quei disgraziati che entravano quotidianamente nei forni crematori: sì, sarei rimasto ucciso anche io, e del mio corpo non vi sarebbe rimasto nulla, solo un poco di cenere sparsa sulle pianure polacche.
E così quel piccolo varco era diventato per me un’ossessione.
Alla notte, tra un lamento e l’altro, pensavo a come sarebbe stato incredibile fuggire.
A fianco al campo vi era un bosco, sarebbe stato facile nascondersi e prendere la via per il sud.
Ci voleva però fortuna e coraggio ed io mi ero quasi convinto che fossi stato abbandonato da entrambe.
I giorni passavano ed io cedevo sempre più, i tedeschi avevano iniziato a percuotere anche me con i manganelli, i micidiali Gummi , bastoni di gomma grossa fuori e fili di acciaio, e sapevo che presto sarei stato eliminato, in quanto essere inutile.
Fu così che una notte mi affidai all’istinto e alla fortuna e riuscii, non so neanche io in che modo, a fuggire.
Due giorni di cammino, ore interminabili alla ricerca di una casa, di una minestra calda e di due parole.
Di notte facevo più strada possibile, in modo da non essere intercettato dalle pattuglie naziste che infestavano la zona. Speravo comunque in cuor mio che i russi fossero vicini.
Nonostante tutto al campo qualche voce arrivava, e vista pure l’agitazione che aveva regnato negli ultimi giorni tra i tedeschi, avevamo capito che le truppe alleate erano vicine e che ben presto sarebbero arrivate… ma non per tutti, purtroppo.
Per molti sarebbero comunque giunte troppo tardi…
Era pieno giorno e io camminavo rasente a un fosso, avevo il terrore di essere scoperto.
All’improvviso sentii un rumore di motore.
Mi voltai e mi accorsi che stava sopraggiungendo un camion con le insegne tedesche.
Spaventato mi buttai nel fosso e aspettai il suo passaggio.
Sentivo che le forze mi stavano ormai abbandonando. Le privazioni patite in quei lunghi anni stavano avendo il sopravvento. Ero libero, sì, ma libero di morire?
Il camion intanto si avvicinava e io abbassavo la testa per non farmi scorgere.
Se mi avessero visto, un bel colpo alla tempia non me l’avrebbe tolto nessuno.
A questo punto ci mise lo zampino il destino.
Io non ho mai creduto in Dio, ma solo nel destino, e ora se a ottantaquattro anni suonati sto raccontandovi questa storia, un motivo ci deve essere.
Se fossi morto l’avrei trovato allora, ma la vita è puttana per cui ho comunque rimandato i miei dubbi più avanti nel tempo.
Ma come ho appena detto, il destino ci riserba colpi di scena notevoli, ed ecco che puntualmente si presenta quel giorno, in quel posto, mentre io stavo praticamente morendo.
Sentii un rombo forte e capii immediatamente che stava avvicinandosi un aereo.
Vinsi la mia paura e alzai la testa.
In fondo alla strada all’altezza di pochi metri un aereo russo, un caccia, stava puntando verso il camion.
Vidi chiaramente le fiamme uscire dalle mitragliette poste sulle ali e i proiettili avanzare conficcandosi sulla strada.
Non so cosa successe in seguito perché, un poco vinto dagli stenti un poco per la paura, persi i sensi.
Quando rinvenni il silenzio regnava sovrano.
I dolori al ventre erano lancinanti, la fame avanzava inesorabilmente.
Il cinguettio degli uccelli era però disturbato da uno strano crepitio.
Cercai di alzarmi, e anche se sentii le mie gambe doloranti e il mio corpo protestare riuscii a mettermi seduto.
Scrutai oltre il ciglio del fosso e vidi che il camion di prima era messo su di un fianco e che stava bruciando.
Poco distante vi era ciò che restava del soldato alla guida.
Ebbi un conato di vomito. E’ strano, ma non mi ero abituato ancora a vedere i morti, era più forte di me.
Mi alzai e, lentamente mi avvicinai al mezzo.
Ero ormai a pochi passi quando un rumore metallico mi fece rabbrividire.
Voltai lo sguardo e vidi che seduto a fianco un albero vi era un soldato tedesco(l’uniforme grigia era inconfondibile), che mi guardava torvo.
Davanti a lui alcune scatolette di carne aperte stavano cuocendosi su pochi sterpi e sassi che fungevano da focolare.
Ero spacciato.
Sì, in quel momento pensai che i miei sforzi sarebbero stati vani.
Lui alzò la mano in segno di saluto e sorrise.
Rimasi sbigottito e, capendo il mio disagio, lui mi fece un cenno inconfondibile.
Si segnò la pancia poi la bocca, mi stava chiedendo se avevo fame.
- Ja – gli dissi e lui mi gettò una scatoletta.
Rimanemmo a lungo a mangiare uno di fianco all’altro.
Non una parola, ma solo cenni, pacche sulla schiena, gesti.
Poco dopo fui attanagliato da dei dolori fortissimi.
Il mio stomaco non era più abituato a ingerire cibi in quantità per cui si stava ribellando.
Mi alzai e dopo avere fatto alcuni metri caddi a carponi.
Non so quanto rimasi lì così, ma quando riaprii gli occhi era già buio.
Il camion aveva smesso di bruciare, il tedesco non c’era più, e a fianco della strada vi era un piccolo tumulo con una croce.
Il dolore era passato e mi sentivo forte come non lo ero mai stato.
Mi misi a ridere forte, e pensai all’assurdità della guerra.
Ero stato salvato da un uomo che rappresentava tutto ciò che voleva uccidermi e che aveva messo a ferro e fuoco tutta l’Europa.
Riuscii in seguito a tornare in Italia ed ora eccomi qua a raccontare questa storia.
Non so cosa pagherei ora per rivedere quell’uomo, perché se sono sopravvissuto è solamente per merito suo.
La morale di questa storia?
Non so, me lo sono chiesto anch’io.
E’ che a volte, durante la notte, vedo quel viso che mi sorride e che mi allunga il mangiare, e allora io penso…no, non penso, piango.

2 commenti:

Anna Maria ha detto...

Caro Stefano,
ho letto questo tuo racconto: bellissimo.
Mi hai riportato indietro di anni, quando piccolina mi venivano raccontati da mio padre e da mio zio episodi analoghi.
e' importantissimo ricordare, perchè aiuta a dimenticare la bestialità.
Ciao
anna

IrdK ha detto...

Un popolo che non ha memoria e non conosce il suo passato non potrà mai avere un futuro...
Grazie Anna
Stefano

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